Arechi-Salernitana: L’Amore è…..

“Amici mai per chi si ama come noi, “B”asta sorridere”….

Con il cuore in gola dall’inizio alla fine per un’emozione più unica che rara.

Nella mente il remake di una giornata perfetta che Salerno non viveva da anni, dovendo sorbire l’onta dei fallimenti, lo smacco della serie D e la scomparsa dalla cartina geografica del calcio.

La partita di ieri pomeriggio con il Benevento è stata soltanto una minima rappresentazione del tifo e della passione granata, mai assopitasi e da sempre coltivata nell’anima della città capoluogo, che ha voglia di tornare a vincere per qualcosa di importante, stanca di dover continuare a vivere in un’abitazione che diventa sempre più stretta ogni giorno che passa.

Non ce ne vogliano gli sportivi tifosi sanniti, in grado di poter constatare de visu un’Arechi  straordinario (per dirla alla De Luca),  toccando con mano  cosa significhi giocare all’Arechi dinnanzi a 20.886 spettatori e con le spalle rivolte dietro la Curva Sud: un apostrofo rosa tra le parole t’amo, l’emblema che a Salerno c’è fame atavica di ritornare nel calcio che conta, riprendendosi quella postazione che più si confà ad una “Ferrari” più adatta a correre sull’asfalto che sui terreni sterrati della Lega Pro.

Quanta polvere i tifosi granata hanno respirato, quanti palloni rattoppati, in ambienti adibiti per l’occasione a “campi sportivi” hanno visto rotolare: ora è tempo di raccogliere il seminato, ritornare negli impianti sportivi d’eccellenza, confrontandosi con realtà di maggiore spessore.

A differenza del proprio circondario, Salerno ha dimostrato di saper vincere solo ed esclusivamente sul rettangolo verde, cavalcando sull’onda della medesima emozione (che come canta la curva si tramanda di padre in figlio) la scalata dalla quarta serie al professionismo.

Dall’inferno verso il purgatorio della B, il passo è ancora lungo ma la strada fatta, tortuosa e irta di ostacoli è stata tracciata: non un segnale di cedimento, nessun rimpianto, nessun rimorso.

E’ la stagione dell’amore non dello stregone, perchè ieri pomeriggio nessuna magia nera avrebbe potuto qualcosa al cospetto di un muro granata eretto per stringersi attorno alla beneamata, coccolata, sospinta, rasserenata dal desiderio irrefrenabile di calcio vero.

I distinti colorati ed animati da tifosi  sono il segnale che il vento sta cambiando: era dalla finale vinta ( inutilmente) con il Verona che quel settore è stato assunto a  muro di cemento rozzo e triste, privo di anima.

Vedere così tanti tifosi riempire una parte di stadio, tramutandola in un  tutt’uno con quel pezzo di cuore granata da sempre e per sempre presente (la curva sud) ha fatto bene agli occhi ed al cuore.

A Salerno c’e’ un prato verde (rifatto) dove (ri)nascono speranze, sensazioni e brividi di un match che vale una fetta di stagione, tutto ciò che mancava da tempo ad una città che vive di pallone e pane: quello del Benevento ha provato la stregoneria su Nalini e Gabionetta, ma non c’era più tempo  per la tristezza.

L’incantesimo è stato spezzato da Denilson Gabionetta, giocatore più volte rabbuiato da una serie di fattori che ne hanno frenato l’esplosione ma che ritrovatosi con l’antidoto anti stregoni, potrà rappresentare la “mitraglietta” in più a sostegno del plotone granata.

Giornata perfetta all’Arechi, di quelle da vivere con il fiato sospeso: un’alternanza di ansia, speranza, tremore, emozione e gioia incontenibile da cavalcare e tramandare anche ai più scettici.

La Salernitana di Menichini ha vinto con merito, sfoderando una prestazione sontuosa nonostante gli infortuni, squalifiche e le difficoltà di rito in un campionato non abbastanza stregato dalle dichiarazioni di “Brini”.

Le geometrie ed i polmoni di Moro in mezzo al campo, la versione “francobollata” di Lanzaro su Eusepi, le accelerazioni di Gabionetta, la caparbietà di Tuia: gesta di una prestazione perfetta che vale la meritata vetta.

A differenza del Benevento, Salerno ha dimostrato che i campionati bisogna saperli vincere con mentalità, spirito di gruppo e sacrificio: qualità che sono insite nel DNA di una formazione che in Lega Pro è un gigante di argilla, un vaso di ferro in mezzo a tanti vasi di bronzo.

Un campionato così avvincente, seppure in una serie inferiore, lo merita il pubblico che per chi si fosse collegato all’Arechi, riempiva le gradinate dell’impianto di via Allende, nelle prime ore pomeridiane per assistere ad una gara di Lega Pro.

I ventimila dell’Arechi rappresentano una dote importante sotto tutti i punti di vista, una manifestazione di forza e potenza che non possono essere sprecate in un campionato mediocre e senza anima.

La strada polverosa è stata superata, ora si ritorna sulla tre corsie, alimentati dall’amore sviscerato: tutti insieme, come ieri pomeriggio, d’altronde nelle favole le streghe non vincono mai…

 


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