Pelillo nell’uovo. La Coppa non è scriminante di un campionato mediocre.
Qualcuno potrà storcere il muso nel qualificare il trofeo di questa sera, che la Salernitana deve apporre in bacheca, più per onore che per rilevanza del titolo, come un palliativo non in grado di curare la patologia che da inizio stagione ha contratto la squadra granata.
La sconfitta di Prato ha disilluso per l’ennesima volta, chi cavalcando l’onda dei facili entusiasmi, ha creduto fermamente che questa “sporca dozzina” potesse riparare gli errori grossolani commessi dalla società ad inizio stagione.
La città di Salerno è giusto, sacrosanto, che s’unisca anima e corpo accanto a dei calciatori che non rappresentano il meglio del campionato(è la storia di questa stagione ad affermarlo), assunti a capro espiatorio da parte di patron Lotito, “reo” di non aver ottemperato all’obbligo contratto con la piazza.
Nonostante le presenze cospicue sulle gradinate dell’Arechi, divenuto terreno di conquista e dote importante di punti per le squadre avversarie, nella prima parte di stagione, Lotito ha inottemperato all’obbligo di allestire, come promesso a bocce ferme, una squadra in grado di competere per il salto diretto di categoria, qualora il pubblico di fede granata fosse stato presente con assiduità agli appuntamenti, talvolta tragicomici, che hanno caratterizzato le prestazioni dei calciatori nell’impianto di Via Allende.
Nonostante le pantomime ed i bocconi amari ingoiati, i tifosi la propria parte l’hanno già fatta, sottoscrivendo 5.000 tessere fedeltà e costituendo una dote di spettatori da fare invidia a molte squadre di massima serie.
Il risultato, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti: a soli 180 minuti dal termine della stagione, è necessario chiedersi che fine abbia fatto lo squadrone propinato da Lotito, quando ad Agosto inoltrato, difendeva a spada tratta la scelta dell’ “incompreso” Sanderra, ingaggiando calciatori, che salvo le attenuanti del caso, hanno rappresentato un vero e proprio flop.
La cessione di Grassi a Giugno, l’ingaggio di Fofana con conseguente risoluzione contrattuale di Guazzo- capocannoniere della squadra granata fino a quel momento- rappresentano dei fardelli insostenibili, l’emblema dell’approssimazione e superficialità che hanno regnato sovrane nella stanza dei bottoni.
La squadra allestita a Gennaio, con i rifusi della campagna trasferimenti invernale(detto per l’appunto campagna di riparazione), da sola costituisce una prova provata di colpevolezza.
Non bastava cambiare otto giocatori, non tutti rivelatisi all’altezza della situazione, per poter amalgamare una squadra, costringendola al ritiro prolungato a campionato in corso.
Non bastava e non è bastato, l’ingaggio di calciatori “esperti” per non dire usurati, al fine di effettuare il repulisti in uno spogliatoio divenuto ingestibile per l’anarchia predominante nel corso tecnico del Perrone-ter.
La gara di questa sera mette in palio un trofeo storico per chi ha da sempre disputato tale categoria, che costituisce un punto d’onore per l’impegno profuso dai ragazzi di Gregucci nonostante le difficoltà tecniche, gestionali e logistiche con le quali sono stati costretti a convivere per un’intera stagione.
Giusto, a questo punto diviene obbligatorio, blindare il risultato dell’andata al cospetto di una formazione di categoria inferiore, che annovera tra le proprie fila vecchie glorie del passato.
La Salernitana, rimaneggiata, depressa per il mortificante risultato di Prato, deve nuovamente cominciare a coniugare il verbo “l’erba voglio”, ritrovando quell’umiltà persa ogni qual volta, s’è colpevolmente seduta sugli allori di sporadici e roboanti risultati conseguiti contro dirette concorrenti, commettendo il grave errore di sentirsi appagata o cosa più grave, guarita da un virus che è divenuto sistemico.
La squadra di Gregucci, aventi lacune non del tutto colmate dal mercato di riparazione, è difficilmente identificabile come unità tecnico-tattica, nonostante gli sforzi ed il lavoro profuso sul campo dal tecnico granata, non specializzato come i comuni mortali nei miracoli, all’uopo occorrenti per tramutare Fofana in goleador, Pasqualini in terzino sinistro che si rispetti e Foggia in un calciatore che ricalchi in parte le parvenze del giocatore che fu.
Senza dimenticare il passato, con lo sguardo rivolto al prossimo futuro ed esclusivamente al conseguimento dell’ultimo piazzamento utile per i play-off, la squadra deve ricompattarsi e provare a fare propria la Coppa Italia messa in palio dalla Lega Pro.
Attenzione, tuttavia, a non cadere nelle provocazioni:che non si provi a qualificare il conseguimento di tale obiettivo, come la panacea di tutti i mali: la Finale Lazio Roma, aveva tutt’altro significato sportivo ed economico per intenderci.
Giusto conquistarla questa coppa, senza tuttavia enfatizzarla:si cadrebbe nell’errore imperdonabile di Lotito, dedito nell’ultimo anno a far passare nella concessionaria di calciatori in cui è stata tramutata la Salernitana, delle cinquecento per Ferrari.
L’unica fuori serie dell’Arechi che ha raggiunto e stracciato i propri avversari, giungendo con netto anticipo a tagliare il traguardo del record di presenze stagionali, resta il pubblico di fede granata: tutto il resto è mera distrazione dell’utenza, esercizio che speravamo di lasciare alla riserva esclusiva del cosiddetto “uomo d’onore”…
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